Choosing my religion

Il punto è semplice, il re è nudo e (quasi) nessuno lo dice, come quasi sempre accade.
Così come è comunemente accettato, ma dovrebbe far sgranare gli occhi, il fatto che la religione sia una questione più geografica, che una questione legata alla spiritualità e al divino. Oh bella!

Due gli aspetti importanti.
Il primo: nessuno sceglie la propria religione, almeno in prima istanza, ma sono i genitori ad imporre una religione ai propri figli. In Italia ad esempio si viene battezzati, se i genitori sono cattolici, a soli pochi mesi di vita, senza aver nessuna consapevolezza di ciò che sta accadendo.

In secondo luogo la religione di appartenenza è, quasi sempre, legata al luogo in cui siamo nati e viviamo. Se fossi nato in un paese arabo come l’Iran o il Kuwait, sarei probabilmente musulmano, se fossi nato in un paese asiatico come l’India o lo Sri Lanka sarei Induista o Buddista (che è una filosofia, ma ha rituali assai simili ad una religione). Sono nato e cresciuto in Italia e quindi sono stato cresciuto come Cristiano Cattolico. Ma fossi nato prima del 370 d.C. sarei stato pagano. Fossi Greco probabilmente sarei stato cresciuto da Cristiano Ortodosso.

Se in una società multiculturale e multietnica la questione geografica un po’ si va attenuando, permane la questione ereditaria. Si cresce ereditando (per imposizione) una serie di valori (e restrizioni) legate alla religione dei propri genitori che diventa, per eredità appunto, anche la nostra religione. Prima che questi valori e dogmi possano essere messi in discussione (ammesso che lo si faccia) passano di norma tra i quindici e i vent’anni.

Adesso pensiamo al concetto di libero arbitrio tanto caro, ad esempio, alla religione cattolica: siete davvero sicuri di essere liberi, che i vostri pensieri siano davvero vostri e che ciò in cui credete lo abbiate scelto voi? E ci credete davvero?

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Galleggiare

Una cesta di vimini, come quella con cui andavo a cogliere le albicocche da bambino, solo che è grande, ci siete dentro e sopra di voi ci sta un enorme telone da circo colorato. In un attimo la cesta si alza da terra, sollevata da una forza invisibile, potente, possente, ma gentile. Un simulacro di drago sbuffa dalle enormi frogie il suo fuoco verso l’alto, dentro al telone a losanghe, con un cupo e sordo rimbombo. La terra si allontana più rapida, i rumori della città che si risveglia si affievoliscono, il sole spunta grintoso da dietro le creste e scalda la pelle. Il drago continua a ruggire e a sputare il suo fuoco, più benevolo. Lo stupore della cornice di montagne ed alberi che in questa stagione virano dal verde all’ocra e al cremisi inarca le labbra verso l’alto in un sorriso beato di bambini alla scoperta di un nuovo mondo e di un nuovo modo di volare, fatto di movimenti lenti, di silenzio, di luce, di vento leggero sul volto. Il nostro Virgilio ci guida sempre più su, controlla con mano sicura il drago e si fa portare dalle correnti nella giusta direzione del nostro viaggio. Le montagne fanno capolino una dopo l’altra sempre più belle, sempre più alte, sempre più maestose. La terra sempre più lontana, l’aria sopra di noi ed i pensieri sempre più leggeri. Il drago si fa pigro, sbuffa, si scende leggeri, si arriva a toccare delicatamente le cime degli alberi, sempre condotti con mano sapiente. La terra è ora vicina, la cesta la tocca nuovamente e ci si adagia con la stessa delicatezza con cui l’aveva abbandonata. Il drago si concede il meritato riposo, il telone si affloscia, lo spettacolo è finito, restano i sorrisi e le emozioni.

 

Biella, dove mangiare a tarda ora?

Nella scorsa settimana si è discusso un po’ sui social riguardo al seguente articolo circa la possibilità/difficoltà di mangiare a tarda ora (diciamo dopo le 22?),  anche nel weekend, sul territorio Biellese.

Molti locali hanno certamente delle ragioni serie per chiudere le cucine ad una certa ora, legate, ad esempio, al rapporto costi/ricavi che il tenerle aperte sino a tardi comporta. Quindi se la frustrazione di chi cerca da mangiare e non lo trova è comprensibile, anche le ragioni di chi deve chiudere la cucina lo sono.

Quindi? Quindi cerchiamo di essere pragmatici e in un’ottica di condivisione delle informazioni vediamo dove si può mangiare a tarda ora se ci si trova nel Biellese.
Lo scopo non è fare pubblicità a nessuno, ma creare una (umile) piccola guida utile allo scopo. Chiunque abbia suggerimenti, sia titolare di un esercizio che vuole essere citato o rilevi che qualche informazione non sia corretta me lo segnali (usando il form qui sotto) e provvederò (al più presto) ad aggiungere, togliere, modificare.
Fornite più informazioni possibili: indirizzo, sito web, numeri di telefono, orario.

Cliccate sui nomi per la pagina web e sull’indirizzo per la mappa.

Birreria Menabrea –   Via Ramella Germanin 6 -Biella

Birreria Biellese  –  Piazza Curiel 6/C – Biella
Yuri dice: “La cucina da noi chiude sempre 30 min prima dell’orario di chiusura, ovviamente sarà discrezione del personale valutare eventuali anticipi o ritardi.”

Lorien PubVia Toscana 6 – Biella
Monica dice: “La cucina chiude alle 00.45 da Domenica a Giovedì, alle 01.30 il Venerdì/Sabato e Prefestivi. Mercoledì chiuso.”

Ned Kelly Australian Pubvia Milano, 226 – Vigliano B.se

Hollywood Pub (New Frodo) Via Chiesa 6 – Vigliano Biellese
Riccardo: “La nostra cucina non chiude mai…Dal lunedì al giovedì si può mangiare fino alle ore 1.00/1.30 mentre il week end ( ven sab e dom ) si può mangiare almeno fino alle 3.00/3.30”

Tortuga PubVia quintino Sella 16 – Vigliano Biellese

GasolineVia Q.Sella 17 – Cerreto Castello
Gasoline dice: “La cucina di primi, hamburger e griglia è aperta da giovedì  a domenica fino alle 24.00. Gli altri giorni o più tardi è aperta la parte di pizza, panini & co!”

Circolo Vergnasco (Loris) –  Via XX Settembre 2 – Vergnasco
Altre informazioni nei commenti.

Wood Pub – Via Matteotti 129 – Gaglianico

A questi locali, che hanno tavoli e posti a sedere si aggiungono ovviamente i vari take away, le panetterie, i Kebabbari e gli street food che però di norma non hanno tavoli, alcuni hanno un piccolo bancone interno.

Segnalo, tra i più noti,  Tony Panini Buoni e Panzerotti on the Road [Paolo, mi segnala che entro aprile apriranno in Via Italia 90 a Biella un nuovo locale con posti a sedere, seguiranno aggiornamenti] e aspetto le vostre segnalazioni.

Segnalate gli orari di chiusura delle cucine se li conoscete. Nelle relative pagine dei locali ci sono i dettagli di contatto.

Utilizzate il form qui sotto per segnalare altri locali.

Referendum

Continuo a pensare che i referendum dovrebbero essere fatti solo sui temi sociali (divorzio, aborto, droghe, etc..) mentre su temi che presuppongo una profonda conoscenza tecnica, sia questa giuridica, energetica, medica, chiedere di fare una scelta è inutile.

Il tema viene ovviamente immediatamente politicizzato (da entrambe le fazioni) e la scelta che ne viene fuori non ha più nulla a che fare con il tema in questione. Cercare di informarsi per capire richiede tempo e impegno e i più non lo fanno.

Spesso poi, una volta capito sufficientemente bene di cosa si parla, è difficile valutare quale delle due opzioni sia davvero, per noi, la migliore.
Sforzo che viene subito vanificato dalla maggioranza che vota A o B solo perché gli sta più simpatico o antipatico il politico/gruppo che sostiene l’una o l’altra opzione.

Arrivo ad invidiare quelli che riescono a votare con la stessa fede con cui si tifa per una squadra o ci si affida alla misericordia di qualche divinità, senza mai farsi domande.

Ma se non voti lasci che scelgano gli altri!“. Già, ma cercare di votare ai referendum con criterio sta ogni volta diventando, nella sostanza, solo una perdita di tempo.

Livelli

Uno degli aforismi più famosi attribuiti ad Oscar Wilde recita così:

Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.

così come ad Albert Einstein sosteneva che

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.

Parto da qui per una breve riflessione,  quel che stiamo vivendo adesso è un periodo in cui abbiamo la percezione di non essere sicuri, in parte è vero, ma la percezione è molto più amplificata del rischio reale. Proprio quello è lo scopo del terrorismo, metterti paura, farti abbandonare il piano razionale e arrivare al livello della paura, dell’irrazionalità, del panico. Livello in cui loro “ti battono con l’esperienza”, la loro crociata si basa sull’irrazionalità (così come tutti gli -ismi e tutte le crociate), in quel mare lì ci sguazzano, è l’irrazionalità di una fede che li porta lì. Noi lì ci affoghiamo, siamo un pesce che cerca di arrampicarsi sull’albero, siamo lo scoiattolo che cerca di vincere la gran fondo di nuoto. Lì, sull’irrazionale, sul panico, la paura, il terrore appunto vincono a mani basse. Gestire emozioni così viscerali è difficile, per chiunque. Per noi occidentali che da settantanni viviamo in pace ancor di più. E questa è una guerra, al rallentatore,  ma è una guerra. Più di nervi che di numeri. Perché se torniamo sul piano razionale e lì dobbiamo stare, lì sappiamo giocare noi, vediamo che per quanto brutte e scioccanti siano le notizie, i numeri che son bravi a rimanere freddi ci dicono che comunque, per quanto sembri impossibile, è ancora molto più facile morire in un incidente d’auto, o per l’inquinamento, o di cancro. Non è consolante, ma è la chiave per ritornare al livello razionale.

Quindi adesso possiamo fare due cose, o farci prendere dallo sconforto, modificare le nostre abitudini, barricarci in casa e smettere di vivere, vivere al loro piano, oppure ricordarci che il futuro arriva a sessanta minuti all’ora qualunque cosa si faccia, ovunque si sia e continuare la nostra vita, sul nostro piano, nel nostro campo da gioco, piangendo la nostra disperazione e il dolore che l’empatia ci porta, portando il nostro lutto, ma ricordandoci che la ragione ed i numeri sono dalla nostra parte, la vita è una sola e non ci serve a nulla morire prima del tempo. Perderemo delle battaglie, ma se è una guerra, questa è la nostra maniera per vincerla e su questo livello qua giochiamo meglio noi.

Velocità

Tre anni fa condividevo sui social network questo aforisma:

“If everything seems under control, you’re just not going fast enough.”

“Se tutto sembra sotto controllo, semplicemente non stai andando abbastanza veloce.”

[Mario Andretti]

Lo condividevo perché in parte mi rappresenta(va), nel senso che son sempre stato con il piede sull’acceleratore, perché quando mi butto in qualcosa tendo ad essere travolgente, a volte a strafare, a bruciare le tappe e andare tutto quello che si può. Ovviamente, quando vai veloce, l’adrenalina sale, ti senti potente, ti senti vivo, ma di fatto stai rischiando (o cercando) di schiantarti. Le volte che mi son schiantato neanche le conto più. Più o meno rovinosamente. Passato però il tempo necessario a leccarmi le ferite, son sempre ripartito a tutta velocità, come se gli schianti precedenti non fossero accaduti. Questa volta però pare che debba andare piano piano. L’ultimo schianto è stato di quelli che te li ricordi per un bel po’ e poi questa volta ci sono altre buone ragioni per rallentare. Quindi per il momento direi che andiamo molto più piano. Mica è facile, quando sei abituato andare a tavoletta, ché il piede tende a spingere giù da solo se lo lasci fare. Ti devi concentrare, lo devi controllare, lo devi alzare. Ci devi pensare e metterti nell’idea di smetterla di correre per una volta e iniziare a viaggiare, metaforicamente e anche realmente. Sì, Viaggiare.

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Prospettiva

Il morale, si diceva, fa un po’ su e giù come le montagne russe in questi giorni. Normale, lo sappiamo.

Questa mattina però arrivi in ufficio e la prima cosa che ti dicono è che Sante Fava, un consulente con cui hai lavorato a Milano per diversi anni (dove sei adesso) questa notte dopo una cena con amici se ne è andato per sempre per un arresto cardiaco.
Sante, classe ’69 di Piacenza, simpatico e genuino come gli emiliani sanno essere, solare, burlone, che si presentava spesso in ufficio con qualche leccornia della sua terra, dai cioccolatini al salame da affettare. Sante, marito e padre orgoglioso di una bimba, Matilde, di quasi due anni che non si potrà ricordare di lui.

Ecco, va bene rimettere le cose in prospettiva e farmi capire che i problemi che ho in questo momento non sono poi così grandi come mi sembrano, però universo, anche un po’ meno eh, che capisco lo stesso!

Le parole che non sai trovare

A tutti  è capitato di identificarsi in una canzone, prima o poi, gioiosa o triste che fosse. Alle volte sembra che l’abbiano scritta per te in quel momento. La musica viene in aiuto quando le parole fanno fatica ad uscire, perché la confusione è tanta ed è difficile metterle in ordine; lo scrivere per me è sempre stato terapeutico in questo senso: le mani non riescono a seguire il flusso dei pensieri e se li vuoi intrappolare nella parola scritta devi rallentare anche lui e rallentandolo di solito riesci a districare meglio il nodo in cui questi pensieri si trovano, perché se continui a farli correre imbizzarriti, se continui a tirare il nodo si serra, così come quello degli auricolari quando li tiri fuori dalle tasche. L’unico modo per districarlo è respirare, cercare il bandolo della matassa e lentamente sciogliere un nodo dopo l’altro. Funziona sia con gli auricolari che con i pensieri. Gli auricolari poi aiutano anche i pensieri, perché son quelli che in momenti di confusione permettono di ascoltare la musica che ti isola dal mondo da cui hai bisogno di sconnettere e ti aiutano nella musica a trovare parole che da solo non sai trovare.

In questo periodo, a prescindere dagli eventi, mi trovo fermo, come si è già visto negli scritti precedenti (ed un bello stare fermo) su Niccolò Fabi, cantautore elegante e delicato. E le parole che a volte escono un po’ strozzate trovano in questi giorni sfogo ed espressione in queste canzoni, di diversi album, che esprimono tre di alcuni e diversi stati d’animo che ora come ora si alternano, si accavallano, si sovrappongono e fanno baruffa per poi a volte riappacificarsi.

Ci sono una rabbia e una disillusione legate alla presa di coscienza di ciò che è accaduto.

E capire poi che hai sbagliato tutto
che non manchi a nessuno
lei non è vestita a lutto
Rosso, è un vestito rosso

oggi quello che indossi
per il mio funerale
bella senza più pensieri
come sei tranquilla

nel giorno del mio funerale

C’è la ricerca di una cura, della soluzione che sai che richiede tempo, ma non hai nessuna voglia di dargli in questo momento.

Si parte per dimenticare o per cercare un lungomare
per avere un’altra vita per e per poter ricominciare
Io sto bene quando sto lontano da me
[…]
io vado incontro al mio destino seduto accanto a un finestrino
e con in tasca un passaporto e all’orizzonte un nuovo viaggio
con quella libertà speciale che ha solo l’uomo di passaggio
[…]
Perchè alla giusta distanza la vista migliora
allontanarsi è conoscersi

E poi c’è la nostalgia, perché quella prima o poi arriva, e la devi lasciare fare il suo lavoro, perché da lì si deve passare. Solo che Fabi l’ha espressa così bene che la trasforma in un dolore dolce quasi piacevole. Quasi. Sai che fa male, ma non puoi smettere di ascoltare.

Non è più baci sotto il portone,
non è più l’estasi del primo giorno,
è una mano sugli occhi prima del sonno.

È questo che sei per me,
questo sei per me,
quello che tu sei per me,
quello che tu sei per me,
questo sei per me.

E piano piano si sciolgono i nodi dei pensieri e prima o poi si scioglierà anche quello alla gola che ancora, infame e fedele, ti accompagna.

Cicatrici

Un’amica commentava come si riesca a tornare a fare cose che si pensava appartenere ad una gioventù che non torna più. Perché quando le cose cambiano sembra impossibile che possano di nuovo funzionare come prima. La mente ha poi rievocato questo aforisma.

“Le cicatrici sono il segno che è stata dura, ma il sorriso è il segno che ce l’hai fatta.”

Al momento il sorriso è un po’ tirato, a volte di circostanza, e non ce l’ho ancora fatta, non questa volta. Ce la farò (seguono gesti apotropaici), anche se al momento non so bene ancora cosa questo voglia dire, lo saprò quando ce l’avrò fatta. E quasi certamente non sarà quel che adesso potrei immaginare. È quasi sempre così.

Ho iniziato anche a pensare che, paradossalmente, all’aumentare delle cicatrici, è aumentato l’ottimismo, se così lo si può chiamare. È aumentata la consapevolezza che ce la si farà a superare anche l’ennesima difficoltà, che una soluzione la si troverà, non sempre sarà quella sperata, spesso sarà anche distante da quel che era il piano iniziale, ma si troverà una soluzione. Le cicatrici ci ricordano anche che , sì ce l’abbiamo fatta, ma non saremo più come prima, un segno del cambiamento rimane, ci ricordano che si possono rimettere insieme i cocci, ma il vaso non sarà più lo stesso pur potendo di nuovo contenere le stesse cose, avrà una storia in più da raccontare, sarà un po’ più duro, sarà un po’ più fragile.

Giorni così 

Oggi è stata una giornata “No”. O meglio, una giornata che ti si leggeva in faccia che qualcosa non andava. Almeno un caro amico l’ha letto, è la prima cosa che ti ha detto quando ti ha visto. Senza quasi che tu dicessi una parola. Ma lui è sicuramente un’eccezione. Alla fine è stata una giornata in cui era meglio essere incazzati perché non puoi permetterti, non oggi, non questa settimana, di essere giù di corda. Solo che, come sappiamo, la vita è quella cosa che ti accade mentre stai facendo altri piani. Quindi capita che qualcuno ti faccia fare delle riflessioni e una canzone con cui ti identifichi più di quel che vorresti ti si pianti in testa e, malgrado non sia la settimana giusta, faccia sì che il morale non sia così alto. E dire che ti piace(va) così tanto, la canzone.